Libertà di stabilimento e restrizioni ad investimenti esteri: si pronuncia la Corte UE

La libertà di stabilimento nello spazio Ue deve essere garantita ed eventuali limitazioni possono essere ammesse solo in via eccezionale, in presenza di motivi di ordine pubblico e di sicurezza pubblica. E questo vale anche nel caso di attivazione di meccanismi di controllo statale degli investimenti esteri che conducono uno Stato membro a vietare l’acquisizione di una società considerata strategica in base al diritto interno. Lo ha chiarito la Corte di giustizia dell’Unione europea con la sentenza depositata il 13 luglio nella causa C-106/22 (C-106:22). Una società ungherese detenuta da una tedesca (con una società capogruppo stabilita alle Bermuda) aveva provato ad acquisire una società di Budapest che gestiva una cava di ghiaia, sabbia e argilla, ma era intervenuto il no del Ministro ungherese dell’innovazione in ragione del fatto che la società è stata considerata strategica in base alla normativa nazionale che istituisce un meccanismo di controllo degli investimenti esteri. Così la vicenda è arrivata nelle aule di giustizia e poi alla Corte Ue che ha affrontato la questione dei limiti alla libertà di stabilimento. Precisato che l’acquisizione al centro della vicenda non rientra nel regolamento (UE) 2019/452 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 19 marzo 2019, che istituisce un quadro per il controllo degli investimenti esteri diretti nell’Unione in quanto tale atto è applicabile solo agli investimenti nell’Unione da parte di società di Paesi terzi, la Corte di giustizia ha incentrato la propria analisi sui limiti alla libertà di stabilimento ammessi dal Trattato sul funzionamento dell’Unione europea. Nel caso in esame, la società acquirente era di proprietà di una società di diritto tedesco e, a sua volta la società “madre della madre” era una società lussemburghese. È così presente un elemento di estraneità che porta ad applicare le regole Ue sul diritto di stabilimento. Tali regole sono state violate perché il Ministro ungherese ha posto una restrizione che non ha una base in un motivo imperativo di interesse generale (articolo 52 TFUE). Sul punto, la Corte chiarisce che la restrizione imposta dall’Ungheria “non può essere giustificata dall’obiettivo di garantire la sicurezza dell’approvvigionamento a favore del settore edile” in quanto questa misura “non rientra tra gli interessi fondamentali della collettività che possono giustificare una limitazione alla libertà di stabilimento”. D’altra parte, osserva la Corte, la sicurezza dell’approvvigionamento nel settore edile, per di più limitata localmente, non può certo essere equiparata all’approvvigionamento energetico o a crisi di carattere globale, con la conseguenza che non sussiste una minaccia effettiva e sufficientemente grave tale da considerare ammissibili limitazioni come quelle imposte dal Governo ungherese. 

Nessun commento

Aggiungi un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *